Grand Canyon, la storia di Hannah e il fascino maestoso dell’immensità

“Gli Stati Uniti hanno evitato il ‘fallimento’”. Nel 2013 la notizia era in cima a siti e tg del mondo. Tra l’altro, la notizia fece felici in particolare i naturalisti e coloro che amano la straordinaria varietà e ricchezza che la natura offre nel territorio definito dai confini americani. Sì, perchè tra le conseguenze del blocco automatico delle spese, c’era anche questa: la chiusura di parchi e luoghi turisticamente rilevanti (ad esempio la Statua della Libertà). L’importanza di questi luoghi per l’America è testimoniata dalla scelta effettuata dai governi locali nell’emergenza: tenerli aperti a proprie spese. Il tema è particolarmente interessante per noi italiani: alle prese con problemi di spesa pubblica, i Parchi, le aree protette e tutto quanto ha a che fare con la natura rischia quotidianamente tagli e problemi. Partiamo da questo per parlare del Grand Canyon, un monumento del mondo, non solo un patrimonio americano. Anch’esso venne ‘salvato’ dalla chiusura: 446 chilometri tra il confine con lo Utah e quello con il Nevada nel nord ovest dell’Arizona (130 chilometri a nord di Flagstaff, 370 a nord della capitale statale Phoenix), una profondità che arriva a 1600 metri (più o meno l’altitudine del versante sud, quello più frequentato; a nord si arriva quasi a 2500 metri), una larghezza che arriva a 27 chilometri, colori infiniti, caldo insopportabile in estate (soprattutto scendendo nel canyon) e freddo polare in inverno; luogo letteralmente incredibile, estremo nella sua bellezza e negli elementi, irresistibile e pericoloso (oltre 600 morti dal 1870 ad oggi per incidenti, fame, sete, caldo, freddo…). Nei giorni del temuto fallimento Usa, il Grand Canyon venne riaperto a spese del governo dell’Arizona: 93mila dollari al giorno e ci sarebbero state risorse per poche settimane. I tagli e le loro conseguenze colpirono (e colpiscono) ancora di più quando hai conosciuto l’impegno degli uomini e delle persone che lavorano per consentire ai turisti di vivere una delle grandi meraviglie della Terra. Impressionante. Sia l’impatto emotivo con il Grand Canyon, sia quello umano con i ranger e i dipendenti del Parco nazionale. Vi racconto questa esperienza attraverso il mio incontro con Hannah.
Hannah è una signora sui quaranta anni, tonda e sorridente, sprizza entusiasmo. Viene dall’Indiana, varie migliaia di chilometri più a est. Non l’ha raccontato a me. L’ha raccontato a tutti i turisti che erano sul bus. Che bus? Il suo! Cioè: quello che guida lei. Hannah, infatti, è una delle persone che guidano gli autobus (alimentati a gas propano) che trasportano i turisti da un punto panoramico all’altro sul south rim, il lato sud del Grand Canyon, quello più visitato. Esistono varie tratte, con diversi percorsi: tutti da provare, ovviamente. Bus belli, comodi, frequentissimi, puntuali. Ogni guidatore è personaggio speciale. Ognuno ha racconti ‘speciali’. Tutti i lavoratori del Parco – ranger o no – cercano di esserti utili, di darti notizie e spiegazioni. Torniamo ad Hannah. Prima di partire dal ‘capolinea’, chiacchiera con i turisti che salgono (dopo regolare e precisa coda). Vuole innanzi tutto sapere quanto tu sia soddisfatto (che tu lo sia è scontato). Entusiasta? Felice? Strabiliato? Ci tiene. Perchè lei era una turista e capisce il tuo ‘godimento’. E racconta.
<Sono venuta qui 13 anni fa, turista, con la mia famiglia. E non me ne sono più andata. Cioè, sono tornata qualche giorno a prendere le mie cose in Indiana, ma ho cambiato vita e sono venuta qui. Appena ho visto questo luogo ho deciso. Arrivando da Tusayan (il paese alle porte del Parco, ndr) d’improvviso, mentre prima vedi ‘soltanto’ altipiano, prateria, semideserto, si apre l’infinito… Di colpo i colori delle rocce, l’aria caldissima che sale dalla gola, l’estensione infinita del canyon… Non avevo parole e il mio cuore batteva forte. Sono andata agli uffici dell’amministrazione del Parco, ho cercato le varie opportunità di lavoro, c’erano posti come autista, ho accettato e sono rimasta. Durante l’anno svolgo anche altre mansioni: quel che serve, tutto quello che serve. Pur di poter vivere qui. Pur di essere così libera. Pur di vedere la gioia e la soddisfazione che vedo ora nei vostri occhi. Pur di aiutare questo posto ad esistere e a conservarsi al meglio. Sono felice, da 13 anni sono felice>. E’ così semplice e così ovvio.
Parleremo in futuro  anche di chi da sempre vive in questa terra – difficilissima, non dimentichiamolo – e che negli ultimi decenni sta tornando a riconquistare spazi e coltivazioni anche tradizionali: Hualapai (a ovest), Havasupai e Navajo (più a nord-est). E capiremo come anche per loro sia assolutamente impossibile abbandonare quei luoghi: la natura del west è così maestosa, forte, dirompente da incutere rispetto assoluto in tutti quelli che hanno la fortuna di scoprirla.uasi a 2500 metri), una larghezza che arriva a 27 chilometri, colori infiniti, caldo quasi insopportabile.

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